sabato 30 marzo 2013

Scacco Matto!


La più grave crisi istituzionale e politica di tutti i tempi. Il popolo stanco vuole risposte.
Scacco Matto! L’Italia, avviluppata nei fili del disaccordo.
Non solo la crisi economica ma anche quella politico-istituzionale: un connubio pericoloso.
(di Gabriella Castaldo)



30 Marzo 2013- Dopo le ultime consultazioni al Quirinale, non c’è via d’uscita. Un Bersani che non cede all’ipotesi del governo di larghe intese; un PDL che per contro si affanna a far accettare un governo di larghe intese, e si dice contrario a un governo tecnico; un M5S che si scontra con gli interessi di entrambi. Dunque consultazioni improduttive che delineano un quadro politico esplosivo. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha dichiarato che- stando all’impossibilità di Pier Luigi Bersani di costituire un governo- l’ultima opzione sul tavolo istituzionale sarebbe quella di accelerare l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica: ergo l’ultima carta da giocare sarebbe rassegnare le dimissioni. Ma Napolitano non vuole lasciare una situazione di caos al suo successore. Dunque prende altro tempo. L’ipotesi di un governo tecnico viene scartata a priori, poiché se vi fosse il caso di costituirlo, il Presidente della Repubblica dovrebbe accompagnarlo nei primi mesi in carica. Per Napolitano il tempo stringe. Dunque? Cosa accadrà? Tutte le ipotesi sono state scartate: no governo Pd, no governo di larghe intese, no governo tecnico, no elezioni. Ed ecco lo scacco matto, in cui si trova il paese. Fioroni l’ha definito- “Scacco matto, ovvero una situazione in cui tutte le parti che giocano la partita non possono muovere alcun pezzo.” Una situazione di stallo ineguagliabile, senza precedenti. Mentre i “potenti” litigano per le poltrone del governo, i “non potenti” litigano per il pane. Come se non bastasse l’incubo della crisi economica, con sfondo opaco di masse disoccupate, giovani senza futuro, grandi menti che emigrano altrove, dove possono vendere il proprio lavoro a un prezzo migliore. Una massa informe di persone che fanno fatica a garantire un’esistenza dignitosa ai propri figli, e altre persone che non pensano nemmeno più ai figli “perché non possono permetterselo”. In un incubo spaventoso dove lo scacco matto è attuale in ogni contesto possibile: non c’è via d’uscita. Niente crescita, disoccupazione diffusa, istruzione di basso livello, pressione fiscale da incubo, servizi pubblici mal funzionanti, imprese centenarie che falliscono. E come se questo non fosse già un incubo invivibile ora accade che quella crisi economica diventi trasposizione di una crisi dei valori, dei valori politici per cui il popolo fa da sostrato a tutto il sistema. E mentre i cittadini aspettano risposte, la classe dirigente non assume un atteggiamento solidale con i veri problemi che l’Italia sta vivendo. Litigano, si scontrano. E si incontrano senza giungere a compromessi. A “Porta a porta” Maria Stella Gelmini ha detto che “Se l’Italia si trova a questo punto è per via di quelle riforme che non sono state fatte”. Dubbio: non è forse il partito di provenienza dell’onorevole Gelmini che ha detenuto i poteri di governo negli ultimi vent’anni? E senza mascherare l’ipocrisia della morente politica italiana, i partiti e i loro esponenti si immettono nelle solite, inutili chiacchiere  e accuse da cui non si deduce altro se non la mancanza d’intenzione di riportare equilibrio nel Paese. Invero, non sanno che il popolo è stanco, segnato, asfissiato dall’imperterrita barzelletta politica. E non ci sarebbe da meravigliarsi se domani ci si svegliasse in un Paese raso al suolo da quei cittadini che non resistono più. Per cui, in quel connubio pericoloso di crisi economica e politico-istituzionale, la mancanza di quel governo di scopo che si propina tra belle parole, non fa altro che alimentare la convinzione che la politica italiana e coloro che si fanno portavoce di essa, abbiano avviluppato l’intero sistema nei fili di un disaccordo a 360 gradi, che da conflitto politico diventa atroce conflitto sociale. Scacco matto! La partita termina senza soluzione. Causa: strategie di gioco fallimentari.

                                                                                                        

giovedì 28 marzo 2013

Attimi (di Fulvio Paternuosto)





video



(In alta qualità)
VIDEO





(il testo dell'articolo)







Un istante.


Ciò che ci collega all’universo è un piccolo, rapido, istante.


Per la teoria delle bolle, l’universo intero potrebbe annullarsi in un attimo, scandito dall’implosione della realtà così come la conosciamo, congelata all’orizzonte degli eventi.

Miliardi di vite paralizzate in un attimo eterno, dissolte in una frangia del tempo trascorso, private della possibilità di esprimere dolore, rassegnazione, inquietitudine, terrore. Non è morte se non puoi temerla, è il nulla che ci riflette nel nulla, abissandoci nel buio dell’inesistenza.

Attimi di un futuro mai vissuto e che mai verrà, depredato del tempo che gli appartiene.

Attimi che non ci accorgiamo di vivere ogni giorno, ogni ora ed ogni secondo della nostra vita.

Attimi che consumiamo ridendo, mangiando, parlando, sorseggiando, scrivendo, osservando il tramonto che infiamma la notte e la notte che risorge ogni volta, bella ed eterea, profumata di tutto e di nulla.

Attimi che spendiamo ripensando, rimuginando sugli errori commessi e su quelli che verranno, su gesti di rabbia, sulla rabbia inespressa, soffocata, esplosa.

Attimi di terrore, in cui ci accorgiamo di essere soli, e di coraggio, in cui realizziamo di non esserlo mai stati. Attimi di gioia, prima di un rapporto ed istanti delicati, al culmine dell’estasi, con le labbra sulla pelle.

Attimi che diventano respiri, ansito crescente, durante la corsa con l’ansia di arrivare primi o di arrivare e basta. Attimi in cui ci soffermiamo ad ascoltare la pioggia ed istanti in cui piove il mondo e non lo sentiamo, piegati dalla violenza e violentati dalla cieca rabbia. Morti e sepolti dall’indifferenza di chi un attimo lo tiene per se soltanto.


Attimi persi.


In una storia che sembrava potesse durare per sempre. In uno sguardo senza conseguenze. In un sorriso mai regalato o donato troppo tardi, fra lacrime e coscienza. In un tornado di emozioni, rigettate nel corpo come un vagito troppo forte e sprofondate nell’abisso dell’inconscio, mai del tutto spento.

Schizofrenici attimi di follia, istanti di panico lacerante, e poi l’oblìo, respiro della mente, chirurgia dell’anima, quando il corpo è piegato e la mente spezzata.

Viviamo una vita composta da milioni di istanti, più o meno significativi, librandoci in aria come pulviscolo che cade verso il basso, e a tratti, senza alcun motivo evidente, si sposta come un soffione al vento.
Ci rendiamo conto dei nostri errori quando quell’istante è ormai spento e ci ritroviamo inesorabilmente un po’ più in basso e un po’ più vicini alla base.


Ed il tempo ci è sfuggito di mano.


Allora qualcuno prova a far qualcosa per riprendere le redini del proprio destino, rimediare agli errori, tornare indietro e pescare quel piccolo, rapido istante, nel mare del tempo.

Ma è troppo tardi. L’orologio segna le ventiquattro. Tutto riprende a scorrere dal principio. Gli istanti diventano ore, le ore giorni, i giorni si dilatano come bolle cullate dal vento, e in breve diventano anni. E gli anni si trasformano nell’esistenza stessa.

Nell’attimo in cui avremmo voluto amare e non lo abbiamo fatto. Nell’istante preciso in cui avremmo dovuto dire no, e abbiamo taciuto.


Un piccolo e rapido istante.
Il più importante della nostra vita.
Capace di sconvolgere l’esistenza e trasformarsi in destino, sciagura o sogno.





<<Fulvio Paternuosto>>

martedì 26 marzo 2013

Partire (di Fulvio Paternuosto)






Partire per non tornare.


Quante volte avremo avuto il desiderio irrefrenabile di abbandonare ogni pensiero, lasciare alle spalle terribili sensazioni e scaricare il peso della vita in una singola, determinante, decisione.


Svanire.



Per un po’, per un bel po’, per tanto tempo. Tanto da non riuscire a programmare un ritorno. E’ difficile attribuire ad un viaggio il senso stesso della nostra esistenza. Lasciarsi alle spalle luoghi amati, che per anni hanno fatto da sfondo ai nostri sogni, alla gioia stessa di mettere il naso fuori da casa, di vedere facce amiche, facce nuove, volti di un intramontabile realtà. Immota. Come la maggior parte delle persone che ci circondano.


Sospese sull’orlo dell’orizzonte, in attesa che la curvatura stessa della luce li conduca in un'altra realtà, invero sempre la stessa, appena piegata da eventi inaspettati.


Scioriniamo la mappa del destino in cerca di qualche piega del passato alla quale poterci aggrappare, sorridere, e dirci pronti a rimboccare una strada perduta o mai davvero scorta. Inutilmente annotiamo gli anni passati a sognare ad occhi aperti, i sospiri dedicati alla speranza, la rabbia all’impotenza e le lacrime alla fragile umanità che si nasconde tra l’immondizia. Aspersa come acqua sull’acqua, utile ad accrescerne il volume, ma non la qualità.


Allora sconfortati ci ripieghiamo in noi stessi, accartocciati come un cencio di cartapesta, sbilanciati a destra o a sinistra da parole leggere come il vento, soffiate a caso dall’eroe di turno, senza conseguenze. Purtroppo.
Politica, ecologia, giustizia sociale, quadratura dei conti, finanza, pace, libertà di scegliere, libertà di seguire, libertà di ascoltare, di pagare, libertà di votare, libertà di accettare il meno peggio. Di tanto in tanto un neologismo cambia l’ordine delle frasi chiave, illudendo che qualcosa stia cambiando; deludendo quando ciò, sistematicamente, non accade. Allora bruciamo come sigarette al vento, spargendo cenere nel raggio delle nostre possibilità, sotto forma di curricula, lettere di presentazione, lettere arrabbiate, email, articoli su di un blog. E ci consumiamo fino all’ultimo, spegnendoci in una realtà che presumiamo possa rivelarsi temporanea.



Cambiare vita.



Il desiderio che cresce in maniera esponenziale con il passare del tempo trascorso a non vivere o a vivere racchiusi in un ambiente limitante. Ci chiediamo cosa avremmo potuto fare in un altro paese, in un’altra scuola, in un’altra realtà e restiamo invischiati in dichiarazioni facili che cercano di comprimerci nella nostra. Plauso a chi è riuscito a fuggire, ma poi “la fuga dei cervelli è un mito”. Allora ci rintaniamo nella confusione più totale, sedati dalle parole di conforto di chi un lavoro neanche lo ha cercato e fibrillati da chi lo ha trovato molti anni fa.



Difficile andar via, impossibile restare.



E’ la natura stessa di ogni viaggiatore ed ogni viaggio. Quell’istinto di sopravvivenza che muore, in chi accetta e tace, ed esplode in chi mantiene la valigia sotto al letto, un piede fuori dalle lenzuola ed una carta in più nel proprio mazzo.

No, non è barare quando è il mondo a farlo. E’ vivere ad un passo dalla realtà, due dal sogno e tre dalla rassegnazione. Partire non è l’unica via, non è la più facile, non è la migliore, non è una via di mezzo né un ripiego. Se partire significa lasciarsi alle spalle solo un ricordo e mai un rimorso, allora è cercare di alzare la testa, guardare in faccia la realtà ed infilare in una valigia la nostra libertà di scegliere.


E poi farlo per davvero.


<<Fulvio Paternuosto>>



lunedì 25 marzo 2013

Consultazioni con le Parti Sociali: Bersani e la "situazione drammatica" -
di Grasso Remo.



Una nuova giornata di consultazioni per il segretario del PD, Pierluigi Bersani, che oggi e nei giorni scorsi  ha accolto le dichiarazioni dei rappresentanti delle parti sociali (Sindacati, imprese,terzo settore,esponenti del mondo ambientalista ecc.).

Primi a richiedere attenzioni da parte dell'incaricato premier sono stati i segretari dei sindacati Cgil, Cisl e Uil e dell'Ugl: "Abbiamo chiesto di togliere il pagamento dell'Imu sulla prima casa fino a mille euro", ha dichiarato Susanna Camusso la quale ha anche ribadito i pericoli che tasse come la Tares, la nuova rata Imu e l'aumento dell'Iva porteranno al Paese se non "disinnescate" immediatamente.

Altre proposte forti, prioritarie per il Paese, vengono dal mondo delle imprese e dei giovani: ridurre la tassazione sul lavoro,  riformare l'economia preoccupandosi delle esigenze delle persone. Riduzione della pressione fiscale per le famiglie e le imprese che sono "sempre più al collasso" (Carlo Sangalli, presidente di turno di Rete Imprese Italia.).

 Inoltre dalle associazioni giovanili, la richiesta di essere rappresentati nel prossimo esecutivo da almeno un sottosegretario con delega specifica e di prestare maggiore attenzione all'istruzione, in particolare a quella dell'Università statale.

Intanto la FISH (Federazione Italiana Superamento Handicap) esprime forte preoccupazione al Parlamento con un comunicato stampa dopo il recente pronunciamento della Corte di Cassazione (Sezione Lavoro, Sentenza n. 7320 del 22 marzo 2013) sulla questione dei limiti reddituali da applicare ai fini della concessione della pensione agli invalidi civili. In particolare la sentenza afferma che il reddito a cui fare riferimento non è quello individuale, bensì deve essere sommato a quello del coniuge, se presente.

La sentenza (non ancora legge) era stata già presa per buona dall' INPS che a fine 2012 aveva emanato una circolare che già prevedeva il computo del reddito coniugale (e non più individuale) ai fini della concessione della pensione. In seguito alle proteste delle Associazioni e dei Sindacati e al conseguente intervento del Ministero del Lavoro, la circolare era stata ritirata da INPS.

Forte è stata l'indignazione di Pietro Barbieri (presidente FISH) sulla questione che nella stessa giornata si è confrontato con Bersani quale portavoce del Forum Terzo Settore durante le consultazioni con le parti sociali: "Riteniamo che questo ‘pasticcio’ debba essere sanato politicamente dalle Camere [...]".

Barbieri ha inoltre ribadito che una precisa proposta di legge in merito alla questione era già stata depositata durante la scorsa legislatura ma che non è mai stata ancora discussa.

Di seguito si riporta la dichiarazione di Barbieri al termine delle consultazioni.

25/03/2013






La Condizione della donna islamica in Terra di Lavoro


“SE NON PARLO LA TUA LINGUA, NON SONO INFERIORE A TE “

 La condizione della donna islamica in “Terra di lavoro”. L’esperienza di Bouchra.
Il 21 marzo il Dipartimento di Sci. Pol. “Jean Monnet” ha ospitato un seminario fortemente voluto dalla docente di lingua araba, Paola Viviani, durante il quale si è analizzata la storia di una giovane immigrata marocchina, intervistata dalla Professoressa Maria Paradiso, geografa presso l’Università del Sannio.
Bouchra vive a San Marcellino, in provincia di Caserta. La mattina si alza presto, quando suo marito dorme ancora. Prepara la colazione per i figli e poi li accompagna a scuola. Una lunga passeggiata o meglio ancora un po’ di sport prima di tornare a casa, per preparare il pranzo, rigorosamente italiano. Bouchra ama la cucina italiana perché è molto più veloce e gradita dalla sua famiglia, rispetto a quella marocchina.
Bouchra non è italiana, è marocchina. Non è cattolica, ma islamica. Bouchra  ha tre figli ed una laurea in Economia Politica che non può utilizzare in Italia. Bouchra ogni tanto lascia la propria famiglia per viaggiare. Esce tutte le mattine e sorride sempre, indossa il velo con fierezza, precisando che lo fa per scelta, nessuno l’ha obbligata. Bouchra supera il pregiudizio attraverso il confronto, chiedendo quale sia la ricetta migliore da cucinare a pranzo. Bouchra è il volto magrebino più occidentale di una moneta a due facce, ovest ed est.           

 Ha sposato un giovane insegnante tunisino, scappato dal proprio paese nel ’91, per sfuggire al regime, decidendo di costruire il proprio futuro in provincia di Caserta. In quello sputo di terra dimenticato da Dio, dove lo Stato italiano è stato sostituito dallo “Stato-camorra”.
Col tempo suo marito è diventato Imam della Moschea di San Marcellino, un luogo che oltre ad essere il punto di riferimento religioso per tutti i musulmani, è anche un ritrovo sociale. Infatti, la Moschea funge da ponte fra i nuovi arrivati e la comunità islamica preesistente a S. Marcellino. Una rete che s’interpone fra istituzioni e immigrati, garantendo a questi ultimi la tutela dei propri diritti e la possibilità di trovare un lavoro. La maggior parte degli uomini si dedica al commercio. Invece, l’unica possibilità per le donne sembra essere la collaborazione domestica. Un argomento molto caro a Bouchra che, non lavorando, è l’interlocutrice di molte sue connazionali. Donne che lamentano le cattive condizioni alle quali sono sottoposte: orari massacranti e lavoro malpagato.  Gli immigrati musulmani ingoiano bocconi amari difficili da digerire. Ma è molto meglio che mangiare i sassi e la polvere della propria terra d’origine. Una terra che non gli ha dato la possibilità di costruire il proprio futuro. Mille stenti per racimolare, briciola dopo briciola, la cifra che gli permetterà di ritornare a casa, nella terra che li ha rinnegati.
Perché, nonostante tutto, vogliono ritornare, ma quasi nessuno lo farà.

Il tempo è perduto. Il passato è passato.  
La propria terra madre?
 Un luogo della mente che si può incontrare solo nei ricordi.
Inconsapevolmente ci si lega alla propria madre adottiva : l’Italia.          
                                                                                                       Sonia Pellegrino
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

domenica 24 marzo 2013

L'aspetto psicologico e linguistico di questo termine. LE DUE FACCE DELL'IDENTITà . Confronto tra i due mondi. Di Sandra Barbaro





L'aspetto psicologico e linguistico di questo termine
LE DUE FACCE DELL'IDENTITà
Confronto tra i due mondi


Caserta – Il 21 marzo 2013, presso il Dipartimento di Scienze Politiche "Jean Monnet" della Seconda Università degli studi di Napoli, si è parlato del concetto di identità sotto due punti di vista: psicologico e linguistico.
Se n'è discusso assieme al Dottor Antonio D'Angiò, Medico Psichiatra Psicanalista di Gruppi transculturali e Docente universitario presso la SUN, il quale ha citato le "Lezioni americane, sei proposte per il nuovo millennio" di Italo Calvino, una serie di conferenze che lo scrittore aveva tenuto presso la facoltà di Harvard. I temi: LEGGEREZZA, RAPIDITà, ESATTEZZA, MOLTEPLICITà e VISIBILITA' e COERENZA, rimasta incompleta a causa della morte dello stesso e rinvenuta grazie a sua moglie Ester.
Il docente ha concluso affermando che la finalità dell'identità è la possibilità per ogni individuo di avere un luogo dove corpo e pensieri si ritrovano, ovvero con il concetto di SPAZIO MENTALE.
Nella seconda parte del seminario interviene invece la Dottoressa Margherita Di Salvo, docente dell'Università di Napoli "Federico II", che ha citato il celeberrimo scrittore canadese Coupland che definiva l'identità sociale "più di ogni altro aspetto della teoria sociale e della sociolinguistica della propria terra". Poi fa la differenza del linguaggio inteso sia come mezzo per consentire l'identificazione e il simbolo di una differenza identitaria che può essere esplicita o meno, sia la comunicazione intesa come mezzo che consente la trasmissione di un messaggio. La dottoressa prende come esempio gli abitanti di un paese della Basilicata, Riva dei greci: gli abitanti hanno assimilato la lingua degli albanesi facendola propria. Infatti la generazione più anziana si definisce albanese, perché i loro familiari parlavano questa lingua, mentre la generazione successiva sottolinea il fatto di parlare albereshe differenziandosi dagli abitanti dell'Albania. Nel secondo caso prende come esempio le comunità italiane che vivono nella cittadina di Bedford, in Inghilterra facendo tre sottogruppi: i siciliani che avevano rafforzato il proprio dialetto ed assimilato molto l'inglese, i molisani che invece avevano perso la loro cadenza ed imparato poco il linguaggio locale, poi i campani che avevano mantenuto il proprio accento apprendendo anche l'inglese, facendo una differenza tra italiani che vivono all'estero ed imparano la lingua locale ed i stranieri che pur vivendo in Italia da tanti anni non assimilano completamente l'italiano.
Durante il seminario è intervenuta la Dottoressa Carmen Saggiomo, docente della lingua francese presso il Dipartimento di Scienze Politiche "Jean Monnet" di Caserta, la quale prendendo spunto da quest'ultimi esempi, ha sottolineato la facilità degli italiani ad essere esterofili anche a discapito della propria lingua cosa che non accade in Francia e nei paesi francofoni come precisato dall'articolo 6 della Costituzione, dove i termini esteri vengono tradotti in francese attraverso delle commissioni apposite.
E' stato un dibattito molto interessante che ha mostrato l'identità in tutte le sue sfaccettature, i redattori del seminario sono stati in grado di attirare l'attenzione del pubblico, pur essendo gli argomenti molto consistenti.

sabato 23 marzo 2013

Multiculturalismo: una parola difficile da digerire perché avvolta dall’ignoranza. Di Guglielmo Ferrazzano.


“La mente è come un paracadute. Funziona solo se si apre.”
Albert Einstein.

 Spesso si parla di multiculturalismo usando termini fantascientifici, che introducono un discorso molto ampio creando dubbi, perplessità e anche molte critiche. Da qualche, i libri di testo delle scuole elementari sono stati modificati, introducendo intere sezioni dedicate allo studio delle tradizioni, religioni, modi di fare e vivere la vita, appartenenti a persone di “altre culture”. Il risultato nel breve periodo, è stato per i bambini, un continuo abituarsi a vivere la vita quotidiana con la stessa curiosità con cui hanno imparato a giocare. Bambini sempre più abituati a dialogare e a stringere la mano al compagno proveniente da altre parti del mondo; bambini sorridenti e rispettosi di ciò che si reputa “diverso”. Purtroppo però, se l’esperimento di educare i piccoli studenti a vivere ed esplorare una società in costante evoluzione, è riuscito benissimo, perché i bambini, ricordiamolo, non hanno la mente sporca e incrostata di stereotipi, la controparte adulta invece ha fallito.

 Il problema del multiculturalismo, quale fenomeno di evoluzione della società, che tende a sfondare le barriere dell’ignoranza e a modificare, in sostanza, i ritmi della vita stessa, è praticamente uno: il pregiudizio imposto.

In pratica, secondo psicologi e sociologi, per multiculturale si intende un ambiente, dove convivono persone dalle storie di vita completamente opposte, modi di fare e ragionare diversi, visioni della vita che nemmeno immaginiamo. Questo fa paura, perché una volta che nella nostra mente si sono insediate a forza pratiche di routine e forme di pensiero stereotipate, il pensiero di una persona diversa da noi ci fa sentire nudi. Sconfitti. La mente si apre come un paracadute e assorbe le nuove conoscenze. Questa cosa crea un processo psicologico che smonta pezzo per pezzo le convinzioni e fa rabbia, perché il nostro ego è lasciato agonizzante.
Il diverso fa paura perché ci pone ogni singolo istante in dubbio. Ma se siete stati attenti lettori, potreste contestarmi una cosa.
Non un atto di clemenza da parte di noi potenti e illusi occidentali, che apriamo le porte di casa nostra e accogliamo persone diverse in tutto, come se stessimo accogliendo bisognosi.
Non sarebbe bello svegliarsi la mattina e rinfrescare gli occhi osservando un mondo pieno di nuovi profumi? Chiacchiere per strada in diverse lingue? Rimescolare balli, canti e musica; frequentare corsi universitari dove s’impara vivere il multiculturalismo e non definirlo sociologicamente? Insomma, un mondo come la storia sta tracciando inesorabilmente? Prima o poi, o ci adattiamo o verremo sommersi dalla stessa immondizia di pensieri con cui tiriamo avanti da anni per egoismo. Il mondo multiculturale è più efficiente e gioioso di quello che viviamo ora tutti i giorni, che, di fatto, produce solo ignoranza e povertà mentale, oltre che, purtroppo, anche quella economica.  Come si può reagire a questa cosa? Semplice, prima di parlare bisogna ascoltare, e prima di giudicare, bisogna interrogarsi. Queste due semplici azioni non lasciano spazio agli stereotipi, e se un giorno nutriremo ribrezzo nei confronti di chi indossa un turbante, quando questa persona verrà lasciata libera di spiegare, sarà poi il nostro capo a indossare il turbante stesso e il volto farà comparire un sorriso partorito dalla curiosità. Questo è il multiculturalismo.