martedì 26 marzo 2013

Partire (di Fulvio Paternuosto)






Partire per non tornare.


Quante volte avremo avuto il desiderio irrefrenabile di abbandonare ogni pensiero, lasciare alle spalle terribili sensazioni e scaricare il peso della vita in una singola, determinante, decisione.


Svanire.



Per un po’, per un bel po’, per tanto tempo. Tanto da non riuscire a programmare un ritorno. E’ difficile attribuire ad un viaggio il senso stesso della nostra esistenza. Lasciarsi alle spalle luoghi amati, che per anni hanno fatto da sfondo ai nostri sogni, alla gioia stessa di mettere il naso fuori da casa, di vedere facce amiche, facce nuove, volti di un intramontabile realtà. Immota. Come la maggior parte delle persone che ci circondano.


Sospese sull’orlo dell’orizzonte, in attesa che la curvatura stessa della luce li conduca in un'altra realtà, invero sempre la stessa, appena piegata da eventi inaspettati.


Scioriniamo la mappa del destino in cerca di qualche piega del passato alla quale poterci aggrappare, sorridere, e dirci pronti a rimboccare una strada perduta o mai davvero scorta. Inutilmente annotiamo gli anni passati a sognare ad occhi aperti, i sospiri dedicati alla speranza, la rabbia all’impotenza e le lacrime alla fragile umanità che si nasconde tra l’immondizia. Aspersa come acqua sull’acqua, utile ad accrescerne il volume, ma non la qualità.


Allora sconfortati ci ripieghiamo in noi stessi, accartocciati come un cencio di cartapesta, sbilanciati a destra o a sinistra da parole leggere come il vento, soffiate a caso dall’eroe di turno, senza conseguenze. Purtroppo.
Politica, ecologia, giustizia sociale, quadratura dei conti, finanza, pace, libertà di scegliere, libertà di seguire, libertà di ascoltare, di pagare, libertà di votare, libertà di accettare il meno peggio. Di tanto in tanto un neologismo cambia l’ordine delle frasi chiave, illudendo che qualcosa stia cambiando; deludendo quando ciò, sistematicamente, non accade. Allora bruciamo come sigarette al vento, spargendo cenere nel raggio delle nostre possibilità, sotto forma di curricula, lettere di presentazione, lettere arrabbiate, email, articoli su di un blog. E ci consumiamo fino all’ultimo, spegnendoci in una realtà che presumiamo possa rivelarsi temporanea.



Cambiare vita.



Il desiderio che cresce in maniera esponenziale con il passare del tempo trascorso a non vivere o a vivere racchiusi in un ambiente limitante. Ci chiediamo cosa avremmo potuto fare in un altro paese, in un’altra scuola, in un’altra realtà e restiamo invischiati in dichiarazioni facili che cercano di comprimerci nella nostra. Plauso a chi è riuscito a fuggire, ma poi “la fuga dei cervelli è un mito”. Allora ci rintaniamo nella confusione più totale, sedati dalle parole di conforto di chi un lavoro neanche lo ha cercato e fibrillati da chi lo ha trovato molti anni fa.



Difficile andar via, impossibile restare.



E’ la natura stessa di ogni viaggiatore ed ogni viaggio. Quell’istinto di sopravvivenza che muore, in chi accetta e tace, ed esplode in chi mantiene la valigia sotto al letto, un piede fuori dalle lenzuola ed una carta in più nel proprio mazzo.

No, non è barare quando è il mondo a farlo. E’ vivere ad un passo dalla realtà, due dal sogno e tre dalla rassegnazione. Partire non è l’unica via, non è la più facile, non è la migliore, non è una via di mezzo né un ripiego. Se partire significa lasciarsi alle spalle solo un ricordo e mai un rimorso, allora è cercare di alzare la testa, guardare in faccia la realtà ed infilare in una valigia la nostra libertà di scegliere.


E poi farlo per davvero.


<<Fulvio Paternuosto>>



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