giovedì 28 marzo 2013

Attimi (di Fulvio Paternuosto)





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(il testo dell'articolo)







Un istante.


Ciò che ci collega all’universo è un piccolo, rapido, istante.


Per la teoria delle bolle, l’universo intero potrebbe annullarsi in un attimo, scandito dall’implosione della realtà così come la conosciamo, congelata all’orizzonte degli eventi.

Miliardi di vite paralizzate in un attimo eterno, dissolte in una frangia del tempo trascorso, private della possibilità di esprimere dolore, rassegnazione, inquietitudine, terrore. Non è morte se non puoi temerla, è il nulla che ci riflette nel nulla, abissandoci nel buio dell’inesistenza.

Attimi di un futuro mai vissuto e che mai verrà, depredato del tempo che gli appartiene.

Attimi che non ci accorgiamo di vivere ogni giorno, ogni ora ed ogni secondo della nostra vita.

Attimi che consumiamo ridendo, mangiando, parlando, sorseggiando, scrivendo, osservando il tramonto che infiamma la notte e la notte che risorge ogni volta, bella ed eterea, profumata di tutto e di nulla.

Attimi che spendiamo ripensando, rimuginando sugli errori commessi e su quelli che verranno, su gesti di rabbia, sulla rabbia inespressa, soffocata, esplosa.

Attimi di terrore, in cui ci accorgiamo di essere soli, e di coraggio, in cui realizziamo di non esserlo mai stati. Attimi di gioia, prima di un rapporto ed istanti delicati, al culmine dell’estasi, con le labbra sulla pelle.

Attimi che diventano respiri, ansito crescente, durante la corsa con l’ansia di arrivare primi o di arrivare e basta. Attimi in cui ci soffermiamo ad ascoltare la pioggia ed istanti in cui piove il mondo e non lo sentiamo, piegati dalla violenza e violentati dalla cieca rabbia. Morti e sepolti dall’indifferenza di chi un attimo lo tiene per se soltanto.


Attimi persi.


In una storia che sembrava potesse durare per sempre. In uno sguardo senza conseguenze. In un sorriso mai regalato o donato troppo tardi, fra lacrime e coscienza. In un tornado di emozioni, rigettate nel corpo come un vagito troppo forte e sprofondate nell’abisso dell’inconscio, mai del tutto spento.

Schizofrenici attimi di follia, istanti di panico lacerante, e poi l’oblìo, respiro della mente, chirurgia dell’anima, quando il corpo è piegato e la mente spezzata.

Viviamo una vita composta da milioni di istanti, più o meno significativi, librandoci in aria come pulviscolo che cade verso il basso, e a tratti, senza alcun motivo evidente, si sposta come un soffione al vento.
Ci rendiamo conto dei nostri errori quando quell’istante è ormai spento e ci ritroviamo inesorabilmente un po’ più in basso e un po’ più vicini alla base.


Ed il tempo ci è sfuggito di mano.


Allora qualcuno prova a far qualcosa per riprendere le redini del proprio destino, rimediare agli errori, tornare indietro e pescare quel piccolo, rapido istante, nel mare del tempo.

Ma è troppo tardi. L’orologio segna le ventiquattro. Tutto riprende a scorrere dal principio. Gli istanti diventano ore, le ore giorni, i giorni si dilatano come bolle cullate dal vento, e in breve diventano anni. E gli anni si trasformano nell’esistenza stessa.

Nell’attimo in cui avremmo voluto amare e non lo abbiamo fatto. Nell’istante preciso in cui avremmo dovuto dire no, e abbiamo taciuto.


Un piccolo e rapido istante.
Il più importante della nostra vita.
Capace di sconvolgere l’esistenza e trasformarsi in destino, sciagura o sogno.





<<Fulvio Paternuosto>>

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