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venerdì 24 maggio 2013

Abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e modifiche del sistema elettorale


Consenso o dissenso? Clima di riforme: le opinioni sui temi centrali del programma di Governo.
Il Governo e i temi cruciali: abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e modifiche del sistema elettorale.
Il Consiglio dei Ministri si riunisce a Palazzo Chigi per discutere sui provvedimenti anticorruzione.


ROMA- Il Consiglio dei Ministri si riunisce a Palazzo Chigi per discutere sui provvedimenti anticorruzione. Finanziamento Pubblico ai partiti e modifiche del “Porcellum” sono i temi dominanti per dare una risposta al Paese. <<In momenti di crisi anche la politica deve sacrificare qualcosa.>> -sostiene l’On. Gelmini. << Il Finanziamento pubblico deve essere rideterminato ma non abolito. Senza il finanziamento la partecipazione alla vita politica sarà circoscritta alle classi più agiate.>> è la risposta dell’On. Bindi. Entrambe affermazioni plausibili ma suscettibili di critiche.  Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi sostiene di aver fiducia nel progetto dell’esecutivo di abolire il finanziamento: << In campagna elettorale il tema dell’abolizione del finanziamento, ora pubblico apparteneva solo al nostro programma vi è condivisione.>>. Renzi auspica l’abolizione del sistema elettorale vigente e il superamento del bicameralismo perfetto sostituito da un Senato che sia espressione delle autonomie locali. Un disegno esposto a dissensi tra le forze politiche che richiederebbe tempi molto lunghi per essere attuato. Sulle modifiche del sistema elettorale si espone anche Renato Schifani. Se in passato lo aveva definito una “porcata” oggi sostiene una “lieve modifica” del sistema elettorale.  Dello stesso parere è anche l’ex Premier Mario Monti. Accade quello che ci si attendeva da un Governo costituito da forze politiche contrastanti: un polverone confusionario in cui l’opinione della classe dirigente oscilla tra consensi e dissensi, dove più conviene.

di Gabriella Castaldo

sabato 4 maggio 2013

Governo Letta. Le speranze e i primi dubbi


Le elezioni del 24/25 febbraio scorso hanno tagliato quella linea di continuità nel parlamento che ha permesso per anni di far sedere in tranquillità tra le poltrone due grandi gruppi: Partito Democratico e Popolo delle Libertà. Con l’entrata in gioco di Mario Monti e Beppe Grillo, il panorama politico è stato stravolto nel periodo di campagna elettorale (un bel po’ invasiva c’è da dire)  e il parlamento è stato letteralmente riformulato. C’è chi dice che la situazione politica attuale rispecchia lo stato d’animo confusionario degli Italiani, ma su questo ci sarebbe parecchio da discorrere. Un parlamento così frammentato e di difficile approccio è dovuto anche ad una legge elettorale chiacchieratissima senza la quale le elezioni politiche avrebbero mostrato risultati diversi. Purtroppo però, quando il peggio sembrava finito e i milioni di Italiani in difficoltà economiche aspettavano risposte da un esecutivo, ecco piombare dal cielo un esercito d’inciuci e accordi che non ha permesso l’elezione serena di un nuovo Presidente della Repubblica. Un Napolitano stanco e anche molto infastidito ha ripreso tra le mani la carica istituzionale più importante tra quelle previste in Italia, e subito ha tirato fuori un’invidiabile energia in grado di sprigionare dal discorso alle camere riunite, un senso di dovere verso la patria e la voglia di rimproverare una classe politica inefficiente e sorda alle richieste degli elettori. Ed ecco che quando la storia politica Italiana sembrava già stravolta, senza riuscire a formare un esecutivo abbastanza forte, si è optato per ciò che molti Italiani temevano e tanti altri proponevano fin dall’inizio di questa crisi politica ed economica che ha radici dai primi anni duemila: Il governo dalle larghe intese. 

Enrico Letta, uomo molto pragmatico e diplomatico, chiamato nell’ufficio del Presidente Napolitano, non ha esitato ad accogliere l’incarico con riserva per puntare un binocolo sulle forze politiche e cercare di formare un governo storicamente nuovo e sconvolgente. Dopo circa quarantotto ore, colui che ha preso le redini del governo, dopo lo stato confusionale di Bersani, sciogliendo la riserva, ha comunicato la lista dei ministri e giurato nelle mani del Presidente della Repubblica. È l’inizio del governo Letta, che secondo investitori, analisti, giornalisti, politici di minoranza e opinionisti, dovrebbe apportare seri cambiamenti in un paese sul punto di non ritorno.
Proprio quando Letta era al tavolo con la Merkel e Barroso per discutere riguardo il debito pubblico, la riformulazione del sistema delle tasse e alcune altre misure per regolarizzare il sistema del lavoro, in Italia si scatena all’improvviso il putiferio riguardo la sospensione del pagamento della rata IMU a giugno, fortemente odiata da Berlusconi e dal Popolo delle libertà. La questione è molto pratica, servono quattro miliardi per tappare il buco che produrrà la sospensione del pagamento della rata a giugno, prevista per dare una boccata d’aria alle famiglie ormai in ginocchio. Il partito democratico propone una rimodulazione della tassa, mentre la parte opposta non ci sta, e se non la vedrà abolita, minaccia di lasciare l’esecutivo. E questo in meno di ventiquattro ore di lavoro. Le speranze si concentrano tutte su una lotta all’evasione fiscale e il cambiamento della legge elettorale, per poi ovviamente puntare a fornire investimenti alle aziende in grado poi di assumere giovani lasciati sempre più soli e confusi (si parla di un 38.00% di disoccupazione giovanile al momento).

La paura dominante riguarda una potenziale fragilità di un governo, prodotto della fusione di due poli con punti di programma spesso contrastanti. Il dibattito è acceso, e gli economisti non esitano a provocare tensioni affermando che se non si farà qualcosa di pratico e innovativo in poco tempo, a conti fatti, potremmo finire come la Grecia. Ma quanto potrà essere armonico il lavoro di un governo costituito da partiti “nemici”? Riuscirà questo governo a produrre risultati? La domanda che più attende risposte: sarà davvero il chiacchierato “inciucio”? Inciucio in parte giustificato dal fatto che il Presidente del Consiglio Enrico Letta è nipote di Gianni Letta, grande ex collaboratore di Silvio Berlusconi ed ex amministratore della Fininvest Comunicazioni. E voi cosa ne pensate di questo nuovo governo storico delle larghe intese?   

 Guglielmo Ferrazzano

mercoledì 24 aprile 2013

Quale speranza per la sinistra italiana? Storia di un partito mai nato

Quale speranza per la sinistra italiana? Storia di un partito mai nato
di Raffaele Ausiello 
 
Era il 2007 quando sotto il secondo governo Prodi, i maggiori partiti dell’area di centro sinistra, in particolare DS e Margherita, mostrarono l' unanime volontà di fondare un partito capace di racchiudere tutte le anime progressiste, riformiste e socialiste sotto un’unica bandiera comune che si rifacesse ai valori della moderna sinistra europea. Questo ambizioso progetto, portato avanti allora per dare un’unica voce alla sinistra italiana e per indicare un’unica linea politica da seguire, risultava però già frastagliato dalla nascita, attraversato da correnti di area socialdemocratica da una parte e di correnti di area cristiano-sociale dall’altra, con piccoli filoni minoritari di liberismo sociale e di ecologismo. Già nel 2006 il candidato premier del centro-sinistra Romani Prodi aveva capito che per vincere le imminenti elezioni era necessario allineare partiti diversi tra loro e spesso anche molto lontani, uniti contro l’avversario comune Silvio Berlusconi: fu così che nacque la coalizione “L’Unione”, prima prova di partito unitario, che risultò vincente. Nonostante il naufragio di quell’esperimento di governo nel 2008 a causa di insanabili spaccature tra i cristiano-popolari dell’UDEUR ed i membri della sinistra radicale di Rifondazione Comunista, l’ormai neonato Partito Democratico si era già ritagliato il suo spazio all’interno del variopinto panorama della sinistra italiana, compattandosi sulla figura del neoeletto segretario Walter Veltroni pronti a mettere in campo la macchina da guerra elettorale in vista delle elezioni per il rinnovo della XVI legislatura dopo il fallimento del Presidente del Senato Franco Marini di un mandato esplorativo per tentare di formare una maggioranza parlamentare che di fatto non esisteva più, grazie anche alla compattezza del centro destra che già assaporava la prossima vittoria elettorale. Come da pronostico il PD, che aveva tagliato fuori l’estrema sinistra ormai bollata come “inaffidabile” dopo i vari appoggi parlamentari venuti a mancare, non riesce a battere la coalizione di centro destra guidata da Silvio Berlusconi che dopo mesi di propaganda mediatica ha vita facile riuscendo ad ottenere una netta affermazione sia alla Camera che al Senato. La sinistra più radicale però fu solo la prima di tante spaccature causate dal PD, nel 2009 dopo la vittoria alle primarie per la segreteria di Pierluigi Bersani infatti fecero le valige anche uno degli storici fondatori, l’ex presidente della Margherita Francesco Rutelli seguito poi anche da Movimento Repubblicano, preoccupati che il PD prendesse una svolta troppo marcata a sinistra allontanandosi dal centro. Altra occasione di divisioni interne si presentò nel 2011 alla caduta del IV Governo Berlusconi, quando l’ipotesi di un governo tecnico presieduto dall’economista Mario Monti divise il Partito tra favorevoli all’appoggio di governo e “antimontiani” provenienti soprattutto da aree socialdemocratiche che oggi si identificano nella corrente dei “Giovani Turchi”. Nonostante questa divisione però il PD non ha mai fatto mancare la fiducia parlamentare in maniera compatti al governo Monti. Nel frattempo però una nuova frangia di giovani amministratori guidati principalmente dal sindaco di Firenze Matteo Renzi, il Consigliere Regionale della Lombardia Giuseppe Civati e l’Eurodeputata Debora Serracchiani lancia una nuova sfida alla leadership del segretario Bersani, puntando sul rinnovamento della classe dirigente del partito con la “rottamazione” di esponenti giudicati oramai anziani sia anagraficamente sia politicamente per guidare un partito che si pone l’ambizione di guidare l’Italia. Questo scontro, rimasto latente per tutto il corso del governo tecnico, sale alla ribalta nell’occasione della caduta di Monti a causa della mancata fiducia della maggioranza di centro destra; per Bersani modificare lo statuto del PD affinché Matteo Renzi possa partecipare alle primarie della neonata coalizione di centrosinistra, con la presenza dei centristi dell’API guidati dall’assessore al Comune di Milano Bruno Tabacci e la sinistra più marcata di SEL capitanata dal Presidente Regionale della Puglia Nichi Vendola, rappresenta un occasione unica per battere sul campo elettorale i dissidenti renziani al fine di blindare con il consenso popolare la propria segreteria. Il progetto di Bersani riesce battendo al secondo turno Renzi con oltre il 60% dei consensi, spianando così la strada alla sua candidatura alla Presidenza del Consiglio dei Ministri in vista delle imminenti elezioni. Bersani però, nonostante il crescente entusiasmo del “popolo delle primarie”, della fiducia di una coalizione solida denominata “Italia Bene Comune” e da un ritrovato entusiasmo elettorale, fallisce miseramente l’appuntamento con la vittoria, riuscendo a strappare la maggioranza nella sola Camera dei Deputati grazie al premio di maggioranza, ma naufragando nelle regioni chiave fondamentali secondo la nostra vergognosa legge elettorale, fallendo così l’obbiettivo maggioranza al Senato. A causa dei malumori interni dovuti alla sconfitta, molti hanno puntato il dito contro Bersani, incapace di conquistare l’elettorato anche grazie ad una campagna elettorale povera e mal gestita, le numerosissime correnti interne hanno iniziato ad affilare i coltelli in vista di una scadenza fondamentale: la scadenza del settennato di Giorgio Napolitano.  

venerdì 12 aprile 2013

Politica! Giovani sempre più preparati. La casta trema. Di Guglielmo Ferrazzano.


Tanti anni fa, parlare di politica a quindici anni era la dimostrazione di una maturità non proprio comune a tutti gli adolescenti o giovani adulti. Quel diaframma spesso duro da infrangere che si contrapponeva tra i cittadini e il mondo politico, oggi non esiste quasi più. Lungi dal considerare la politica una cosa di semplice comprensione, l’intento di questo piccolo concentrato di pensieri è porre una sottolineatura alla maturità, sempre più profonda delle giovani menti e lo scardinamento di quella segretezza o saggezza elitaria, che ha circondato come un alone la politica per anni.

Anni fa, basti pensare per esempio al 2006; il giornale e la televisione erano le uniche due fonti più certe per venire a conoscenza di ciò che accadeva nel mondo politico. A scuola il dibattito politico è stato sempre Off limits e molti politici rispondono ancora oggi in maniera evasiva per non affrontare la semplice domanda: “Perché non s’insegna politica a scuola?”. D’altronde la politica è la scienza dell’analisi e la risoluzione dei problemi, che affliggono una data comunità “umana” insediata su di un territorio specifico.  Niente di più nobile si potrebbe trovare nell’enorme cesta delle scienze umanistiche, che affondano le radici in tradizioni classiche. Eppure, oggi, insegnare agli studenti delle scuole superiori la lettura della costituzione o più semplicemente, trascinarli nell’apprendimento delle regole di educazione civica, è quasi come dire ad un professore di spostare una montagna.
 
Fino a qualche anno fa, un giovane su quattro era davvero a conoscenza delle nozioni di base della “scienza della politica”. Trascinato da letture, approfondimenti; coinvolto nella vita di partito o educato dai propri genitori, il giovane politico era più un critico trascinato a destra e manca in un fiume in piena chiamato appunto politica, e soltanto dopo anni di esperienza poteva aprire gli occhi e farsi davvero un’idea di cosa gli stesse accadendo in torno.
Ora la situazione non è cambiata, ma si è capovolta.

L’avvento dei social network, l’ormai onnipresente web e la profonda crisi “morale” della politica, hanno determinato una maturazione galoppante delle sinapsi giovanili. Se prima il quindicenne militante del partito era più una “chicca” dell’organizzazione, tenuto a bada se troppo fantasioso, ora questo giovane è diventato un’arma carica, pronta a esplodere colpi ben piazzati.

Ma anche i politici con la vocazione stampata in fronte, temono il confronto con questi giovani sempre più preparati, sfacciati e nonostante l’età, pronti in molti casi già a ricoprire cariche politiche, anche se per fare politica ci vuole tanta esperienza.

Il sabato sera davanti ai bar, sempre più spesso, si sostituiscono gli argomenti goliardici con argomenti di vita quotidiana che, se ben incanalati conducono (nonostante la presenza di Alcool nel sangue) a riflessioni di stampo filosofico e politico. È incredibile e strano dirlo, ma è così!
I giovani adulti e gli adolescenti, non solo sono più intuitivi e preparati, ma in grado di affrontare quegli argomenti che fino a poco tempo fa rappresentavano tabù. La casta teme questo, perché un giovane che ha il tempo di informarsi e ragionare pragmaticamente su cosa sta accadendo intorno e dentro di lui, può diventare una vera e propria minaccia per gli equilibri di chi con la politica ha fondato le radici di un impero chiamato “potere”. Basta farsi un giro su Facebook o nei forum per vedere questa gioventù pronta a commentare l’operato politico di capi di governo o sindaci.

È che la politica parte davvero dal basso. I tempi sono maturi affinché i giovani prendano in mano le redini della situazione, scavalcando quella fascia generazionale, sconfitta e demoralizzata dalla crisi economica e morale che caratterizza la nostra vita nel quotidiano. 

sabato 30 marzo 2013

Scacco Matto!


La più grave crisi istituzionale e politica di tutti i tempi. Il popolo stanco vuole risposte.
Scacco Matto! L’Italia, avviluppata nei fili del disaccordo.
Non solo la crisi economica ma anche quella politico-istituzionale: un connubio pericoloso.
(di Gabriella Castaldo)



30 Marzo 2013- Dopo le ultime consultazioni al Quirinale, non c’è via d’uscita. Un Bersani che non cede all’ipotesi del governo di larghe intese; un PDL che per contro si affanna a far accettare un governo di larghe intese, e si dice contrario a un governo tecnico; un M5S che si scontra con gli interessi di entrambi. Dunque consultazioni improduttive che delineano un quadro politico esplosivo. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha dichiarato che- stando all’impossibilità di Pier Luigi Bersani di costituire un governo- l’ultima opzione sul tavolo istituzionale sarebbe quella di accelerare l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica: ergo l’ultima carta da giocare sarebbe rassegnare le dimissioni. Ma Napolitano non vuole lasciare una situazione di caos al suo successore. Dunque prende altro tempo. L’ipotesi di un governo tecnico viene scartata a priori, poiché se vi fosse il caso di costituirlo, il Presidente della Repubblica dovrebbe accompagnarlo nei primi mesi in carica. Per Napolitano il tempo stringe. Dunque? Cosa accadrà? Tutte le ipotesi sono state scartate: no governo Pd, no governo di larghe intese, no governo tecnico, no elezioni. Ed ecco lo scacco matto, in cui si trova il paese. Fioroni l’ha definito- “Scacco matto, ovvero una situazione in cui tutte le parti che giocano la partita non possono muovere alcun pezzo.” Una situazione di stallo ineguagliabile, senza precedenti. Mentre i “potenti” litigano per le poltrone del governo, i “non potenti” litigano per il pane. Come se non bastasse l’incubo della crisi economica, con sfondo opaco di masse disoccupate, giovani senza futuro, grandi menti che emigrano altrove, dove possono vendere il proprio lavoro a un prezzo migliore. Una massa informe di persone che fanno fatica a garantire un’esistenza dignitosa ai propri figli, e altre persone che non pensano nemmeno più ai figli “perché non possono permetterselo”. In un incubo spaventoso dove lo scacco matto è attuale in ogni contesto possibile: non c’è via d’uscita. Niente crescita, disoccupazione diffusa, istruzione di basso livello, pressione fiscale da incubo, servizi pubblici mal funzionanti, imprese centenarie che falliscono. E come se questo non fosse già un incubo invivibile ora accade che quella crisi economica diventi trasposizione di una crisi dei valori, dei valori politici per cui il popolo fa da sostrato a tutto il sistema. E mentre i cittadini aspettano risposte, la classe dirigente non assume un atteggiamento solidale con i veri problemi che l’Italia sta vivendo. Litigano, si scontrano. E si incontrano senza giungere a compromessi. A “Porta a porta” Maria Stella Gelmini ha detto che “Se l’Italia si trova a questo punto è per via di quelle riforme che non sono state fatte”. Dubbio: non è forse il partito di provenienza dell’onorevole Gelmini che ha detenuto i poteri di governo negli ultimi vent’anni? E senza mascherare l’ipocrisia della morente politica italiana, i partiti e i loro esponenti si immettono nelle solite, inutili chiacchiere  e accuse da cui non si deduce altro se non la mancanza d’intenzione di riportare equilibrio nel Paese. Invero, non sanno che il popolo è stanco, segnato, asfissiato dall’imperterrita barzelletta politica. E non ci sarebbe da meravigliarsi se domani ci si svegliasse in un Paese raso al suolo da quei cittadini che non resistono più. Per cui, in quel connubio pericoloso di crisi economica e politico-istituzionale, la mancanza di quel governo di scopo che si propina tra belle parole, non fa altro che alimentare la convinzione che la politica italiana e coloro che si fanno portavoce di essa, abbiano avviluppato l’intero sistema nei fili di un disaccordo a 360 gradi, che da conflitto politico diventa atroce conflitto sociale. Scacco matto! La partita termina senza soluzione. Causa: strategie di gioco fallimentari.

                                                                                                        

lunedì 25 marzo 2013

Consultazioni con le Parti Sociali: Bersani e la "situazione drammatica" -
di Grasso Remo.



Una nuova giornata di consultazioni per il segretario del PD, Pierluigi Bersani, che oggi e nei giorni scorsi  ha accolto le dichiarazioni dei rappresentanti delle parti sociali (Sindacati, imprese,terzo settore,esponenti del mondo ambientalista ecc.).

Primi a richiedere attenzioni da parte dell'incaricato premier sono stati i segretari dei sindacati Cgil, Cisl e Uil e dell'Ugl: "Abbiamo chiesto di togliere il pagamento dell'Imu sulla prima casa fino a mille euro", ha dichiarato Susanna Camusso la quale ha anche ribadito i pericoli che tasse come la Tares, la nuova rata Imu e l'aumento dell'Iva porteranno al Paese se non "disinnescate" immediatamente.

Altre proposte forti, prioritarie per il Paese, vengono dal mondo delle imprese e dei giovani: ridurre la tassazione sul lavoro,  riformare l'economia preoccupandosi delle esigenze delle persone. Riduzione della pressione fiscale per le famiglie e le imprese che sono "sempre più al collasso" (Carlo Sangalli, presidente di turno di Rete Imprese Italia.).

 Inoltre dalle associazioni giovanili, la richiesta di essere rappresentati nel prossimo esecutivo da almeno un sottosegretario con delega specifica e di prestare maggiore attenzione all'istruzione, in particolare a quella dell'Università statale.

Intanto la FISH (Federazione Italiana Superamento Handicap) esprime forte preoccupazione al Parlamento con un comunicato stampa dopo il recente pronunciamento della Corte di Cassazione (Sezione Lavoro, Sentenza n. 7320 del 22 marzo 2013) sulla questione dei limiti reddituali da applicare ai fini della concessione della pensione agli invalidi civili. In particolare la sentenza afferma che il reddito a cui fare riferimento non è quello individuale, bensì deve essere sommato a quello del coniuge, se presente.

La sentenza (non ancora legge) era stata già presa per buona dall' INPS che a fine 2012 aveva emanato una circolare che già prevedeva il computo del reddito coniugale (e non più individuale) ai fini della concessione della pensione. In seguito alle proteste delle Associazioni e dei Sindacati e al conseguente intervento del Ministero del Lavoro, la circolare era stata ritirata da INPS.

Forte è stata l'indignazione di Pietro Barbieri (presidente FISH) sulla questione che nella stessa giornata si è confrontato con Bersani quale portavoce del Forum Terzo Settore durante le consultazioni con le parti sociali: "Riteniamo che questo ‘pasticcio’ debba essere sanato politicamente dalle Camere [...]".

Barbieri ha inoltre ribadito che una precisa proposta di legge in merito alla questione era già stata depositata durante la scorsa legislatura ma che non è mai stata ancora discussa.

Di seguito si riporta la dichiarazione di Barbieri al termine delle consultazioni.

25/03/2013






martedì 5 marzo 2013

Il voto che cambia l’Italia, in peggio. Di Raffaele Ausiello


Il voto che cambia l’Italia, in peggio



Dovevano essere le elezioni della svolta quelle che domenica 24 e lunedì 25 febbraio hanno portato alle urne oltre 34 milioni di persone, che in molte parti d’Italia hanno sfidato neve e gelo per adempiere al proprio dovere civico, ma che invece hanno consegnato l’Italia ad un clima di profonda incertezza. La coalizione capitanata da Pierluigi Bersani, rinominata “Italia.Bene Comune” non riesce nell’ardua impresa di conquistare una maggioranza valida al Senato in grado di governare, rischiando addirittura il sorpasso della coalizione di Centrodestra di Silvio Berlusconi alla Camera dei Deputati, staccata di soli 124.000 voti. Ogni ipotesi avanzata prima della tornata elettorale sfuma del tutto, in molti pensavano infatti che, qualora il Centrosinistra non fosse riuscito ad ottenere una valida maggioranza al Senato, dando per scontata quella alla Camera dei Deputati, Bersani avrebbe bussato il giorno dopo alla porta del professor Mario Monti per costruire insieme un governo riformista stabile con una certa credibilità in Europa. Manco a parlarne, le urne hanno dato il loro verdetto inequivocabile, spaccando in tre il Senato, dove nessuno appare in grado di prevalere numericamente sull’altro, nonostante i vari appelli al cosiddetto “voto utile”. L’ago della bilancia infatti passa dal sobrio e pacato Senatore Monti allo scatenato Beppe Grillo, che con la sua creatura a 5 Stelle riesce a fare incetta di voti in tutte le regioni da nord a sud e addirittura a diventare la prima forza politica del Paese alla Camera e la seconda al Senato, un risultato incredibile per un movimento (guai a chiamarlo partito) nato solo tre anni e mezzo fa, contro ogni pronostico dei sondaggisti, che ancora una volta si dimostrano inaffidabili. Lo scenario è probabilmente il più incerto dall’inizio della storia repubblicana, chi ha una maggioranza solida alla Camera grazie al premio della Legge Elettorale Calderoli, non può averla al Senato visto che il premio è a base regionale, e la coalizione di Bersani è stata stracciata nelle regioni decisive come la Lombardia, la Campania, il Veneto e la Sicilia. In mezzo a tutta questa frammentazione però incombono le scadenze istituzionali, infatti bisognerà eleggere i Presidenti di Camera e Senato, al primo ordine del giorno delle nuove Camere fissate per la riunione del 15 marzo. Prima di allora i vari leader tenteranno di trovare degli accordi, per formare un governo stabile e collaborativo oppure cercare un’intesa volta a legiferare urgentemente per frenare l’emorragia finanziaria dei mercati dovuta all’incertezza sul futuro dell’Italia e per traghettarla verso nuove elezioni, magari con una legge elettorale migliore di quella attuale che dal suo stesso creatore è stato definita testualmente “una porcata”. Dopo l’elezione della seconda e terza carica dello Stato, si procederà con le consultazioni di rito per la formazione di un governo e l’individuazione di un Presidente del Consiglio. Qui i maggiori dubbi, le consultazioni in una situazione del genere potrebbero essere molto lunghe, e nel frattempo il 15 aprile devono partire le procedure per l’elezione di un nuovo Presidente della Repubblica, visto che il mandato di Giorgio Napolitano scade il 15 maggio, che non può nemmeno sciogliere le Camere in virtù della Costituzione che lo vieta essendo gli ultimi sei mesi di presidenza. Un vero e proprio tour de force istituzionale aspetta il nostro Paese, considerati i tempi strettissimi, una situazione che lo stesso Napolitano denunciò tempo fa invocando le forze politiche che reggevano il vecchio governo tecnico ad aspettare la naturale fine della legislatura, appello rimasto inascoltato vista la decisione del Centrodestra di ritirare la fiducia a Monti facendo così cadere il governo e costringere lo scioglimento delle Camere con le conseguenti elezioni anticipate. I prossimi mesi saranno difficili per tutti, avere un Paese in piena recessione economica senza un governo è come essere in una barca in mezzo al mare in tempesta senza timoniere, con la paura di essere spazzati via dalle onde. Tante sono le questioni che dovranno essere affrontate, in primis sul nuovo Capo dello Stato, che dovrà gestire una situazione non rosea ed essere in grado di mediare tra le parti alla ricerca di un accordo tra forze molto diverse tra di loro che si contendono i numeri al Senato, che dovranno mostrare serietà e senso di responsabilità in un momento così delicato. Saranno mesi decisivi per l’Italia, che dovrà cambiare faccia, migliorare, innovarsi, tornare competitiva in Europa, non sono più ammessi errori, cambiamenti in peggio ne abbiamo fatti fin troppi.

Raffaele Ausiello